Pubblicato da: virginialess | 24 agosto 2011

Noi nonne e i nostri vecchi 2 (legge e costume)

Leggo  nel solito elenco delle ricerche questa frase: “suocera malata: a chi spetta l’assistenza, ai figli o alle nuore“. La risposta ovvia è che occorre trovare un’intesa e coinvolgere un po’ tutti, in base alle  capacità e impegni. Oppure  avvalersi di un aiuto professionale, se possibile.  Ma le situazioni reali sono varie e complicate… La formulazione del quesito palesa poi un certo irrigidimento (“spetta”, ossia ne ha il dovere, gli altri no…); viene da pensare che i figli siano tutti maschi, forse “arretrati” e usi a ritenere le donne,  le mogli, naturalmente vocate alla cura di bimbi e vecchi.

La mia esperienza diretta è  limitata ai tre bisnonni cui mi riferivo nel pezzo precedente,  non  certo  un campione significativo.  Provo dunque a meglio documentarmi sul web. Cominciamo dalle norme. Qual è il rapporto che collega suocera e nuora? Lo definisce il codice civile:  L’affinità è il rapporto che unisce un coniuge con i parenti dell’altro coniuge (art. 78 c.c.). Il grado di affinità è il medesimo che ha il coniuge con il proprio parente: così ad esempio il grado di affinità suocero/nuora (o suocera/genero) è di 1° grado; quello tra cognati di è di 2° grado, e così via.” Naturalmente la parentela è un legame più stretto e gli obblighi, che spettano a tutti, sono “graduati” di conseguenza. Una legge (vedi sotto)  prevede brevi assenze dal lavoro per adempierli.

Tra le varie testimonianze scelgo quella dell’insegnante che chiede lumi a un sito sindacale: “ Mia suocera ha ottenuto un certificato provvisorio rilasciato dall’ ASL attestante la sua situazione di Handicap ai sensi del comma 3 art. 3 della legge 104/92. La stessa risiede a Brindisi e nel suo nucleo familiare c’è solo lei. A pochi metri dalla sua abitazione risiediamo io e mio marito ed entrambi lavoriamo, sempre a Brindisi, come dipendenti statali. L’unica  sorella di mio marito risiede a Roma. Chi assiste effettivamente mia suocera, tra me e mio marito, sono io. Poichè lui non ha interesse a beneficiare delle agevolazioni della legge 104, posso io usufruire dei tre giorni al mese? Come posso dimostrare al mio Dirigente scolastico che sono io ad assistere mia suocera e non il mio coniuge? E’ sufficiente che entrambi  dichiariamo che a prendersi cura di sua madre sono effettivamente io? Se non ci sono delle motivazioni oggettive per cui mio marito sia impossibilitato ad assistere la madre, può il dirigente scolastico rifiutare di concedermi i tre giorni al mese? ” E l’esperto risponde: “Sì, può.” 

Situazione esemplare, direi. Il figlio/marito “non ha interesse” ad assentarsi dal lavoro per avere  cura di sua madre; la moglie ne prende (tranquillamente?) atto e propone che entrambi lo dichiarino in via ufficiale, onde  usufruire del permesso di legge, ma è difficile che ci riesca. Qui appare critica non tanto l’assistenza quanto il rapporto di coppia, o meglio la maniera in cui  questa signora  lo intende. Infatti, pur svolgendo lo stesso lavoro,  sembra ritenere il marito (mancano infatti le “motivazioni oggettive”) naturaliter  esonerato dall’occuparsi della madre. Immagino che, se ha figli, li abbia allevati da sola… Non sono d’accordo, ovvio. Diverso sarebbe il caso, si capisce, di una nuora inoccupata e il  coniuge impegnatissimo.

Riporto infine due voci a contrasto. Una nuora (molto religiosa)  è andata addirittura all’estero per curare la suocera; c’è anche un suocero, ma il rapporto della coppia è difficile.  Albanese, sempre radicale (l’ho citato in “La nonnità…”), ritiene invece giusto che i figli non sacrifichino se stessi e la propria famiglia.

Dopo averne parlato in famiglia – continua Alve –, sono ripartita per Hong Kong da sola per assistere mia suocera dopo l’intervento. Vi sono rimasta cinque settimane lasciando lavoro e famiglia. (…)…si lamentava perché le faceva male una gamba e non riusciva a muovere le dita dei piedi. Allora ho iniziato a massaggiarli – anche se mi sentivo un po’ a disagio -, ricordandomi che Gesù aveva lavato i piedi ai suoi discepoli”

A prescindere dall’amore che si prova, spesso i figli sentono la situazione come un peso, anche perché i genitori “vogliono” un’attenzione incompatibile con le esigenze della famiglia dei figli (che hanno la loro vita e i loro problemi). In questo caso un’assistenza esterna non deve essere vista come un segno di disinteresse, ma come l’unica soluzione possibile. Chi la rimanda o non l’accetta del tutto dovrebbe pensare anche al proprio partner e ai propri figli e alle rinunce che devono subire perché lui non ha ancora avuto il coraggio di distaccarsi”.

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