Pubblicato da: virginialess | 14 ottobre 2011

Nonne stanche?

Quasi ogni giorno potrei trovare uno spunto meritevole di attenzione tra i termini inseriti nei motori di ricerca. Questo mi colpisce molto: ” La nonna rimanda il nipote ai genitori che non lo vogliono”. Richiama il nipote “cresciuto”, ma lì la formulazione era interrogativa: i nonni dovevano occuparsi di un diciassettenne?

In questo caso l’età rimane imprecisata, mentre la posizione degli aventi causa è ben definita. La nonna ha già deciso cosa fare ( “liberarsi” del nipote); mamma e papà si sono espressi (non lo vogliono). Trascuro qui gli aspetti legali di una situazione così poco esplicita, essendo – salvo casi particolari-  i genitori tenuti comunque ad accogliere e curare la prole. Immaginiamo il rifiuto  come un fatto di famiglia, la crisi che ha interrotto una consuetudine in atto.

   Per quel che vale, la nostra commozione subito “avvolge” il povero bambino o    ragazzo sgradito, non sappiamo perché, ai parenti più stretti. Ma vorrei ricavarne un discorso generalizzabile, adatto al blog; escluderò, per non complicarlo troppo, che esistano patologie o altri problemi importanti. Lavorando  di fantasia consideriamo dunque  alcune situazioni cui il “duro” enunciato potrebbe riferirsi.

– Si tratta di un neonato o poco più che la nonna si è impegnata a tenere perché i genitori lavorano.   Può averlo fatto liberamente, sopravvalutando le sue forze, oppure esservi stata in certo senso”costretta” dalla pressione di mamma o papà del bimbo. Ora non riesce a gestirlo e lo  “rimanda” a loro due, che entrano in crisi. E’ chiaro che il non volerlo ha poco senso. Occorre evidentemente un aiuto esterno (dei nidi s’è detto…) che riduca lo sforzo. La nonna, avendone i mezzi, potrebbe contribuire; se non è possibile trovare/pagare qualcuno, bisognerà coinvolgere una parentela più vasta e studiare  insieme la situazione. O siamo a livelli di affido a un’altra famiglia?

– Più realistica mi sembra l’ipotesi di un nipote  grandino o addirittura adolescente affidato alla nonna  in pianta stabile o quasi e da molto tempo, mentre i genitori si trovano altrove, magari  parecchio lontani,  per serie ragioni. Forse egli manifesta nel comportamento discutibile gli effetti di una presenza genitoriale carente, manca quel padre autorevole spesso “invocato” dai pedagogisti. La nonna avverte i rischi della situazione, è stanca dei tentativi ed errori, ritiene di non potere più provvedere da sola. Qui interpreto il non voler riprendere il figlio ( solo una condizione anomala, quale malattia o povertà, potrebbe essere valutata) come una prevaricazione dei genitori nei suoi confronti.

Le  altre possibilità, più o meno verosimili,  non cambierebbero il senso dell’analisi. Difendo noi nonne e non solo  perché appartengo alla categoria. Le statistiche  parlano chiaro: difettando gravemente le strutture di sostegno alla famiglia,  ci occupiamo dei nipoti ( e anche i nonni fanno la loro parte) ad abundantiam, per un gran numero di ore. Veniamo in aiuto dei figli ben oltre l’età “canonica” e talvolta accade che ne approfittino. Non possono addirittura rifiutarsi di riprendere i propri!

 

 

 

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