Pubblicato da: virginialess | 6 dicembre 2011

Maternità televisiva (e squilibrata)

Sono colpita dalla lettera che una nonna settantenne ha scritto a Il venerdì di Repubblica. Si dichiara scandalizzata dalle trasmissioni pomeridiane (“l’ora per istupidire le donne in casa”, dice con sarcasmo) di alcuni canali televisivi, dove compare “una martellante, ossessiva esaltazione della maternità, anche la più folle”. Non ne so nulla, cercherò di informarmi. Gli esempi che Luciana  adduce suscitano intanto riflessioni di grande attualità. Riporto un brano.

E giù ad applaudire madri che non curano il cancro per morire lasciando vari orfani; madri  in coma che dottori (uomini) portano al parto con giubilo generale. Grande festa per quella poverina che con già tre figli e marito disoccupato ha partorito quattro gemelli (…) Genitori meravigliosi che, pur sapendolo, hanno fatto nascere due gemelle con un cuore solo (…) marocchino con quattro figli, che gli è morta la moglie di parto, ma si è salvata la bambina di un chilo e mezzo, rallegramenti!” La lettera prosegue stigmatizzando con pesante ironia anche le “mamme dive, veline e cantanti, pornostar, atlete ecc.”  pronte a esibire pargoli di cui certamente, sempre in giro a far carriera, debbono delegare in gran parte la cura. Luciana se la prende quindi con i media che respingono le donne “in casa nel meraviglioso destino di mamma e di casalinga

Sarà anche vero e non fa certo piacere l’elogio di stereotipi contro i quali noi nonne ci siamo battute, anche se a re-suscitarne di assai peggiori  (in primis l’uso del corpo per fare carriera)  la TV ha contribuito ben più pesantemente con l’esibizione di ragazze siliconate e discinte. Le mie riflessioni riguardano però  il tema principale della lettera: la concezione attuale della maternità, che appare sovente distorta e squilibrata.

Divenuta in teoria libera e consapevole proprio nel corso della nostra vita, essa si è caricata di significati impropri e sembra aver perso di vista il suo fulcro naturale: il bambino, la sua salute fisica e psichica, la “normalità” che dovrebbe accompagnarne la  crescita. Secondo me sono inaccettabili sia la “sacralità” la quale considera le nuove vite in base alla propria ideologia, che la visione eudemonistica o peggio edonististica che le valuta in funzione di chi vuole “procacciarsele”. La prima condizione, tipica del credente cristiano  (libero ovviamente di attenervisi), non può essere fatta propria da uno stato laico e imposta al non credente; la seconda è irrispettosa della soggettività del bambino, la cui esistenza soddisfa in primo luogo il bisogno di genitorialità, non sempre meditato e sereno.

Non ne ho per fortuna  esperienza, ma troverei angosciante (e irragionevole) la decisione della figlia decisa a lasciarsi morire   procreando, come di quella assurdamente ostinata nella ricerca della maternità ad ogni costo. Tanto più che, dal mio punto di vista, la “cura”, che è poi l’essenza dell’essere genitori, può assumere significati diversi e forse più meritori appena ne allarghiamo la prospettiva.

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