Pubblicato da: virginialess | 15 Maggio 2022

Nonni bugiardi

Noi nonne

200369213-001Mi sembrava così ovvio che forse non l’ho  messo in evidenza come si conviene tra le “regole” per i nonni. Non devono indurre i nipotini a dire bugie!

Sarò più chiara riferendo una scenetta,  all’apparenza insignificante, cui ho assitito di recente. Una nonna con il  nipotino di circa sei anni entra nel bar in cui sto prendendo il caffè. Anche lei ne ordina uno e dice al piccolo – decisamente grassoccio-  che, se vuole,  può prendere una spremuta d’arancia. Lui protesta: è attratto da un cornetto con la panna. “La mamma non vuole che mangi dolci!” Discutono un po’, accenno di capriccio del bambino… “Te lo prendo, ma non dirlo a mamma.”

Malissimo. Consentire di nascosto quel che è vietato dai genitori è uno degli errori più gravi che i nonni possono commettere. Ne mina l’autorità, pratica vietatissima, e vi aggiunge la “legittimazione” della menzogna.

Noi nonne abbiamo idee…

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Pubblicato da: virginialess | 26 marzo 2022

Nonne in guerra


Questa nonna ucraina si chiama Nina, vive a Ferrara e ha dichiarato a “La Stampa” “Abbraccio i miei nipotini fuggiti dall’inferno” . Non leggo l’articolo in rete -riservato agli abbonati- e banalmente la immagino in Italia già da più anni, magari badante di un nostro nonno/a. Ne conosco alcune e ho notizia di molte, emigrate che sostengono le famiglie con i loro non lauti guadagni: l’Ucraina è un paese povero e disuguale…
Tante nonne sono fuggite con figlie e nipoti, mentre gli uomini sono rimasti ad affrontare i russi; altre con i soli nipoti perché ci sono anche donne combattenti. Eroica “forzatura” perché il pacifismo ci è senza dubbio più congeniale.
Provo a mettermi in una delle situazioni possibili durante questa guerra inattesa e sciagurata. I miei nipoti sono maschi ormai adulti: dunque armati, ho da scegliere se invasori o invasi. Terribile comunque.
Se ne avessi di più piccoli, o delle nipoti, da ucraina mi troverei in fuga con loro, oppure nella disperazione dei rifugi di una città bombardata. Ma sarei angosciata anche da russa, come -ne sono certa- i tanti cittadini contrari all’uso delle armi e alle politiche aggressive di Putin.
E rifletto con amarezza, care nonne, sulla superficiale sensazione di tranquillità che ha caratterizzato finora gran parte della nostra generazione: troppo giovane per ricordare la guerra mondiale, in definitiva distratta, a onta di manifestazioni e cortei, nei confronti di quelle lontane dai nostri occhi. Ora li spalanchiamo impaurite.

Pubblicato da: virginialess | 22 gennaio 2022

Nipotini in dad

Speravamo in famiglia di aver chiuso l’esperienza negativa della didattica a distanza, dopo la maturità dell’ultimo nipote. Macchè, l’ha ritrovata all’università, ma non ne parlerò ora: è bravo, andrà avanti comunque.
Meritano senz’altro maggior attenzione i nipotini, quelli della materna e della primaria.
Me ne sono resa conto parlando al telefono con l’editor che ha valutato un mio testo: in smart working e alle prese con i figli di tre e sei anni, sani e in quarantena. Brava e “positiva” , non credo che lo sarei stata altrettanto alla sua età e nelle stesse condizioni.
Così ho fatto una breve ricerca sulla dad dei piccoli, trovando una situazione normativa che li isola, con tutti i danni psicologici che ormai conosciamo, e penalizza proprio le famiglie più virtuose.
Il sottosegretario alla salute Sileri infatti difende dad e quarantene: “Tra i 5 e gli 11 anni ad aver completato il ciclo vaccinale è una piccola percentuale”.
Ma non tutti i genitori hanno modo organizzarsi e, soprattutto, sono esasperati dalle assurdità burocratiche. Questa mamma della Brianza ha scritto alla redazione di un giornale locale, nella speranza di smuovere un po’ le acque .
“Volevo porre alla vostra attenzione come ATS Brianza, con le sue decisioni, stia arrivando addirittura a negare il diritto allo studio e alla frequenza scolastica (e non sto esagerando con questi termini!): grazie alle regole demenziali che impone (…) L’ultima, in vigore dal 18 gennaio, è che i bambini di rientro a scuola post isolamento, se sono stati positivi al Covid, devono presentare il certificato di fine isolamento (che ATS è in ritardissimo a spedire e quindi uno deve aspettare giorni prima di poter rientrare a scuola) E il certificato del pediatra che attesti che l’attestazione di ATS sia veritiera! Ma scherziamo?! Già i pediatri sono oberati di lavoro, ora gli facciamo attestare le cose già attestate? Seriamente, che problemi ha Ats?”
E conclude: “…questi bambini hanno diritto ad andare a scuola! Non se ne può più: sono penalizzati in tutti i modi. Ora basta! Per favore, intervenite”.
Ha ragione: la somma di pandemia e burocrazia è davvero intollerabile.

Pubblicato da: virginialess | 1 gennaio 2022

Che sia almeno migliore, care nonne!

AUGURI DI CUORE PER UN BUON

Pubblicato da: virginialess | 21 dicembre 2021

Hikikomori: com’è andata con il covid?


Il fenomeno degli hikikomori, ricorderete, nasce verso la fine degli anni ’90 in Giappone. Lì ragazzi in isolamento superano ormai il milione, ma sono in crescita soprattutto da noi: dai 15/20mila dell’autunno scorso, quando ho cominciato ad interessarmene, saremmo ora a oltre centomila.
Viene naturalmente da chiedersi quali effetti abbia prodotto la pandemia su questi reclusi volontari e le risposte non sono scontate.
Trovo sull’Uffingtonpost un’intervista a Marco Crepaldi, psicologo e fondatore di Hikikomori Italia.

C’è l’hikikomori che, prima del lockdown, stava cercando di uscirne. In questo caso, vediamo una battuta d’arresto: il giovane pensa di procrastinare la ripresa della vita sociale, le cure psicologiche a cui magari si era sottoposto e rimanda quindi la ‘guarigione’. C’è chi stava cercando di resistere alla tentazione di isolarsi che col lockdown potrebbe aver assaporato i ‘piaceri’ dell’isolamento e quindi potrebbe essersi convinto ancora di più della sua scelta

Peraltro non tutti gli effetti sono stati negativi: la didattica a distanza, sgradita anche per la perdita della socialità, ha consentito agli hikikomori di proseguire o riprendere lo studio. E qualcuno... Complice il distanziamento, le mascherine che coprono il volto, il coprifuoco, qualche hikikomori potrebbe essersi avventurato nel mondo esterno, esattamente come un animale selvatico quando l’essere umano è distante. È ciò che sta accadendo in Giappone. Il giornalista Pio d’Emilia da Tokyo racconta per l’Avvenire la storia di Masamichi, rimasto chiuso in casa per quasi 5 anni: “Stare fuori mi metteva paura, entravo nel panico. Ora è diverso, in giro c’è meno gente, la città è meno ostile. Mi sento a mio agio”
Ma per Crepaldi, non c’è da cantare vittoria: “Dovremmo gioire per un hikikomori che scende a comprare il latte, con la mascherina e torna a casa dopo dieci minuti, senza essersi relazionato con nessuno? Per superare la propria condizione, l’hikikomori deve tornare ad essere indipendente, deve costruire relazioni, superare la paura dell’altro. Sì, è possibile che si vedano più hikikomori in giro, ma non abbiamo risolto nulla se non li aiutiamo a riappropriarsi della propria vita”.

Giusto. E in che modo famiglia e società possono aiutarli? ne riparleremo.

https://www.huffingtonpost.it/entry/hikikomori-in-aumento-con-la-pandemia-molti-giovani-non-torneranno-a-scuola_it_60229572c5b6d78d4449ef4b

Pubblicato da: virginialess | 16 novembre 2021

Covid, boom dell’homeschooling. E gli hikikomori?

Mamma maestra: pro e contro

La pandemia continua ad avere effetti negativi sulla formazione dei nostri ragazzi. Dopo l’arretramento certificato dagli invalsi, trovo quest’altra notizia preoccupante.L’articolo che cito e riassumo proviene,come da titolo, dal sito https://www.hikikomoriitalia.it/.
Mi chiedevo infatti come avevano vissuto questo periodo in cui tutti siamo stati un po’ isolati. La premessa sulla scuola a casa è però utile, dividerò il pezzo in due “puntate”.
Molti genitori contrari al vaccino hanno deciso di ritirare i propri figli da scuola, attivando di fatto quello che viene definito “homeschooling”: la scuola si sposta a casa e l’insegnante diventa il genitore stesso, oppure, chi può permetterselo, ricorre a insegnanti privati.
L’educazione parentale non è una novità. Negli USA coinvolgeva oltre il 3% degli studenti, ora è arrivata addirittura al venti. In Italia non siamo a questi livelli, ma comunque in forte crescita: da 5mila a 15mila dal 2019 al ’21.
In generale la crescita dell’homeschooling e delle scuole private è un fenomeno strettamente collegato all’incapacità della scuola pubblica di essere inclusiva anche nei confronti dei ragazzi caratterialmente più deboli e con maggiori difficoltà di integrazione sociale.

Avere per insegnante un genitore o entrambi implica -oltre al carico di lavoro per lui/loro- diversi svantaggi abbastanza intuitivi. Per quanto istruiti e pronti ad aggiornarsi, i genitori saranno lacunosi in alcune materie e -più grave- comunicheranno il loro punto di vista, privando il ragazzo della varietà necessaria per una crescita personale autonoma. Venuti meno la socialità e il confronto con i coetanei, si svilupperà una dipendenza eccessiva dai genitori.
Si hanno anche alcuni vantaggi. Il più vistoso è la prosecuzione dello studio per i ragazzi che non frequenterebbero comunque le aule per gravi difficoltà di integrazione (per es.ansia, bullismo). Il percorso di studio, il ritmo e le modalità di apprendimento saranno adattati alle caratteristiche del singolo studente.Il rapporto genitori-figlio diverrà (si spera, pensiero mio) più ricco e profondo.

Pubblicato da: virginialess | 29 luglio 2021

Invalsi (e maturità) con la dad

Il nostro ultimo nipote, Davide, bravissimo fin dalle elementari, si è diplomato con 100 e lode. Avrebbe gradito un esame “normale”, pazienza, ora si prepara per l’ammissione all’università. Non sono una nonna vanitosa, lo scrivo per chiarire l’assenza di ogni personalismo nella “lamentazione” da ex prof che mi accingo a proporre. La ritengo doverosa: chiunque abbia (avuto) a che fare, pur marginalmente, con la scuola durante questi due anni dovrebbe ripetere ogni giorno la pressante richiesta di riprendere le lezioni in presenza.

Ecco infatti com’è andata con gli Invalsi, i (famigerati) test di valutazione che, per “difettosi” che siano, valutano in modo standardizzato le competenze degli studenti europei: https://pagellapolitica.it/blog/show/1153/invalsi-cosa-dicono-davvero-i-dati-sulla-scuola-in-tempi-di-dad.

L’articolo ne (ri)spiega il funzionamento, di cui ho già scritto, chiarisce i limiti e le finalità, espone i risultati relativi alle elementari, medie inferiori e superiori. Benino le prime, qualche regresso nelle seconde, pesante peggioramento nella fase finale della formazione di base. Infatti:

Per l’anno scolastico 2020-2021, a livello nazionale il 44 per cento degli studenti all’ultimo anno delle superiori non raggiunge «risultati adeguati» in italiano (+9 per cento rispetto al 2019), percentuale che sale al 51 per cento in matematica (+9 per cento rispetto al 2019). E, soprattutto:

…c’è una forte correlazione tra i risultati ottenuti e lo stato socio-economico dello studente. «In tutte le materie le perdite maggiori di apprendimento si registrano in modo molto più accentuato tra gli allievi che provengono da contesti socio-economico-culturali più sfavorevoli, con percentuali quasi doppie tra gli studenti provenienti da un contesto svantaggiato rispetto a chi vive in condizioni di maggiore vantaggio»

Il che significa che la dad è stata prevedibile causa di ulteriore discriminazione sociale. Speriamo che chi di dovere (penso soprattutto alle regioni per via dei trasporti) si affretti ad agire nella giusta direzione!

Pubblicato da: virginialess | 6 luglio 2021

Paperblog

«Convalido l’iscrizione a Paperblog sotto lo pseudonimo di virginialess ».

Pubblicato da: virginialess | 11 giugno 2021

Dopo la dad

Nelle settimane conclusive dell’anno scolastico gli studenti sono tornati finalmente tornati in classe.  Malgrado l’inevitabile disorientamento (e il disagio di alcuni) dopo tanti mesi di “segregazione”, con indubbio vantaggio psicologico e sociale. La grande maggioranza dei ragazzi era infatti ansiosa di ritrovare amici e compagni, ma (anche) i prof e  la scuola stessa, quale luogo fisico  di identità e compartecipazione.

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Ma il post dad, o come chiamarlo, non è privo di spine. A Milano, com’è noto, gli studenti del liceo classico Manzoni hanno occupato il cortile in segno di protesta. Lo striscione è loro. La dad – è il giudizio prevalente- li ha nel complesso danneggiati sul piano culturale; li avrà disabituati e impigriti quanto a verifiche e valutazioni?

Il Fatto Quotidiano riporta la testimonianza che la prof Luisa ha pubblicato su facebook.

Molti colleghi, presi dal programma da seguire a tutti costi, appena rientrati in presenza hanno iniziato a fissare interrogazioni e verifiche a raffica (…) Ieri entro in una mia classe: per la lezione successiva avevamo la verifica (fissata da tre settimane). I ragazzi mi implorano di non farla. “Perché?” chiedo. “Prof questa settimana abbiamo otto verifiche (!!!) senza contare le interrogazioni”. Guardo in agenda sul registro elettronico, è vero… resto agghiacciata. E comincia uno sfogo a valanga (degli studenti).

Lei concorda: “I ragazzi sono stremati, dicono che (giustamente) se hanno tutte queste verifiche, cosa imparano? Niente, perché non hanno neanche il tempo di fissare le cose. Giusto. La tensione cresce finché il più bravo della classe, urla tremante: “Questa non è scuola, io così non posso andare avanti”. Non servono commenti. Lo mando in bagno a sciacquarsi la faccia e lo rassicuro che così non continuerà. Anche se dentro di me so che non è così”.

Viene di criticare la categoria professorale (da cui provengo!), ma non mi risulta siano state fornite metodiche sulla gestione del post didattica a distanza. Durante la quale per varie ragioni non è stato sempre facile (anzi spesso difficilissimo) proporre interrogazioni e verifiche a distanza

Grave ostacolo la perdurante carenza dei collegamenti. Qui una delle molte testimonianze: https://www.open.online/2021/03/11/covid-19-italia-dad-studenti-senza-pc-e-scuole-senza-connessione/

Pubblicato da: virginialess | 1 Maggio 2021

Festa del lavoro (mancante)

I tempi sono cupi ormai da un anno: lo sappiamo, e  il concertone del 1° maggio  nell’Auditorium vuoto fa da simbolo eloquente.

Prima non apparivano comunque prosperi per le nostre figlie e nipoti,  “titolate” o meno, quanto al lavoro o alla sua ricerca; ora la fila rischia – per le meno fortunate quanto a sostegno familiare- di spostarsi davanti ai luoghi  dell’assistenza quotidiana.

Leggo con tristezza un articolo  de Il sole24  che propone una “lettura  integrata” del  “rapporto appena pubblicato da Istat in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Inps, Inail e Anpal dal titolo Il mercato del lavoro 2020”. Riporto qualche stralcio. (https://www.infodata.ilsole24ore.com/2021/03/16/limpatto-covid-19-sul-lavoro-delle-donne-cinque-punti/?refresh_ce=1)

Le donne che hanno perso il lavoro nel 2020 sono il doppio rispetto ai colleghi uomini. […]  da un lato perché occupano più spesso posizioni lavorative meno tutelate, ma dall’altro perché sono impiegate nei settori che sono stati più colpiti della crisi. Dal documento emergono 5 elementi che riguardano l’occupazione femminile.

Primo, la percentuale di donne che ha perso il lavoro nel 2020 è stata doppia rispetto a quella dei maschi … La caduta del tasso di occupazione è stata dell’1,3% fra le donne contro lo  0,7% negativo fra gli uomini. Il gap sul tasso di occupazione tra donne e uomini passa da 17,8 punti del 2019 a i 18,3 punti percentuale in favore di questi ultimi.

Secondo, il divario occupazionale di genere che si era creato durante il lockdown non è stato colmato, e nemmeno si è ristretto nei mesi successivi.  Il periodo più duro per l’occupazione femminile è stato il primo lockdown, ma la rilevazione del 14 giugno 2020 mostra che la variazione tendenziale delle posizioni scende al -2,9% per i maschi fino al -4,8% per le femmine, e il 31 luglio 2020, il divario permane: -1,6% fra gli uomini e -3,1% fra le donne.

Terzo, le donne risultano più penalizzate anche nelle nuove assunzioni. Considerando i primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra un calo del 26,1% delle nuove assunzioni che hanno riguardato le donne a fronte della diminuzione del 20,7% dei contratti attivati per gli uomini. Nel secondo trimestre 2020, la riduzione delle attivazioni dei rapporti di lavoro delle donne supera di 6,2 punti percentuali il calo osservato per la componente maschile. Con l’estate le cose non sono andate molto meglio. Al 30 settembre 2020 il saldo annualizzato per gli uomini è nuovamente positivo e risulta già in crescita di 15 mila posizioni, mentre per le donne si registra un calo di 38 mila posizioni.

Quarto, le donne sono la categoria ad aver registrato il minore numero di reingressi nel mercato del lavoro. Dal 4 maggio al 30 settembre 2020 sono rientrati nel mercato del lavoro 67 mila persone che avevano perso la propria occupazione durante il periodo 1 febbraio- 3 maggio. Ma solo il 42,2% delle donne ha goduto di questa possibilità.

Quinto, per le lavoratrici che sono riuscite a trovare lavoro è stata più dura riuscirci. Le donne sono la categoria  che ha dovuto attendere il maggior tempo prima di trovare una nuova occupazione. 100 giorni in media, cioè tre mesi: 21 giorni in più rispetto al 2019.

Il “Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)” ovvero il quotidianamente citato Recovery plan  da 200 miliardi e passa appena approvato dal governo Draghi contiene delle misure in favore dell’occupazione femminile.  Saranno efficaci? Lo capiremo presto , care nonne.

 

 

 

 

 

Pubblicato da: virginialess | 3 aprile 2021

Auguri, care nonne!

Molte cioccolaterie hanno offerto uova ai bambini in ospedale. Questo -da Norcia, 30 chili-  mi sembra il più adatto agli auguri di quest’anno. La titolare, in foto con la figlia,  è reduce dal Covid e la scritta recita: “Lo configgeremo e torneremo ad abbracciarci!”

Noi nonne lo speriamo con forza. E mandiamo auguri di cuore a tutte, e specialmente quelle lontane dai loro cari e purtroppo afflitte da sofferenze e lutti. Un grande abbraccio.

Pubblicato da: virginialess | 8 marzo 2021

8 marzo (un déja vu?)

E “rieccoci” alla giornata della donna! Ripetitiva fino a un certo punto.  I  femminicidi sono stabili, ma aumentati in proporzione agli altri reati, che invece risultano in calo.  Cambiato vistosamente il quadro politico, la pandemia perdura e la crisi economica si aggrava. È altissimo il numero delle donne che hanno perso il lavoro: il 99%  del considerevole totale. I vaccini però ci sono e, malgrado i vistosi “inciampi”, si spera di velocizzarne la somministrazione.

Mettiamo  un attimo da parte i nostri guai  rammentando le donne notevoli del passato . L’anno scorso avevo dedicato l’8 marzo a una rivoluzionaria francese* , questa volta scelgo l’americana Amelia Earhart (1897-1937), considerata  un’eroina e anche  un’icona del femminismo. Fu infatti  la prima pilota a sorvolare i due oceani e a tentare il giro del globo.

Qui la sua avventurosa biografia http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/amelia-earhart/   Com’è noto, l’areo scomparve nel corso del secondo: le ricerche si protrassero per diversi anni e le ipotesi fino ai nostri giorni.

Sulle cause e il luogo dell’incidente, sono state avanzate numerose ipotesi, alcune decisamente fantasiose. Si pensò persino che, costretti ad un atterraggio di emergenza, la Earhart e Noonan (ingegnere aereonautico, unico equipaggio) fossero stati catturati e giustiziati come spie dai Giapponesi, oppure che Amelia avesse fatto volontariamente perdere le proprie tracce, rifacendosi una vita altrove. In realtà la causa del disastro fu con ogni probabilità un guasto meccanico o l’esaurimento imprevisto del carburante per un calcolo di navigazione errato.
Il mistero della tragica scomparsa ha del resto contribuito ad alimentare il mito di Amelia Earthr […] Su di lei sono stati scritti centinaia di articoli e libri, che si aggiungono a quelli di cui lei stessa fu autrice, come 20 Hrs, 40 Min, sulla prima trasvolata atlantica, The fun of it e Last Flight, (pubblicato postumo dal marito) che raccoglie i diari dell’ultimo volo”

Olympe de Gouge  https://virginialess.wordpress.com/2020/03/08/8-marzo-sotto-virus/

 

 

Pubblicato da: virginialess | 17 febbraio 2021

La nonna materna e i geni

 

 

 

 

 

Nell’ormai lontano 2012 ho scritto questo articolo sulla  maggiore vicinanza della nonna materna ai nipoti. (https://virginialess.wordpress.com/wp-admin/post-new.php?classic-editor). Parlavo anche dei geni, privilegiando tuttavia i fattori psicologici e sociali. “Quale nonna materna ne traggo per così dire vantaggio, ma tendo a privilegiare l’importanza della vicinanza, qualità della relazione, affetto e cura rispetto alla “mera” genetica. Basti pensare al rapporto, talvolta persino più intenso, che non pochi nonni hanno con un nipote adottivo” scrivevo.

Oggi però   Unimamma  mi segnala un loro pezzo che riprende la questione e sembra valorizzare la componente biologica (https://www.universomamma.it/2021/02/12/scienza-nonna-materna-importante/).

Ne  riporto una parte: ” … madri e figlie restano più in contatto rispetto a madri e figli maschi o padri e figlie femmine. In virtù di questo solido legame (…) i figli delle madri avrebbero rapporti più calorosi con i nonni materni.  Inoltre (…) il rapporto tra nuora e suoceri influenza il legame con i nipoti più di quanto non faccia il rapporto tra genero e suoceri. Di conseguenza, questi rapporti si riversano sul legame tra i nipoti e i nonni materni. 

“La preferenza (per la nonna) ha molto a che vedere anche con la genetica. Per familiarità, infatti, molto spesso una madre tende ad affidare i propri figli alla nonna materna piuttosto che a quella paterna”.  E la motivazione risiederebbe in vero e proprio “istinto”:

Mentre la maternità è sempre certa oltre ogni ragionevole dubbio, della paternità non si può in ogni caso essere altrettanto sicuri. Questo spiegherebbe (…) il primato delle nonne materne nelle premure verso i nipoti: “Il grado più alto di certezza che il bambino sia davvero suo nipote ce l’ha la nonna materna; il più incerto, per contro, è il nonno paterno, che non può essere sicuro né della propria paternità né di quella del figlio”, si legge nelle conclusioni dei ricercatori tedeschi.

“La nonna materna resta sempre quella – tra i nonni – che tenderà a sviluppare un legame più solido con i nipoti”, è dunque la conclusione.

Pubblicato da: virginialess | 19 dicembre 2020

Ansie e “risorse” natalizie.

Anche le regioni di altri colori sono al momento   gialle, i negozi aperti,  noi nonne possiamo fare acquisti.   Ed è  giusto, in questi tempi decisamente tristi, scegliere  con particolare cura i regali per i nipoti, che – se vivono in altre regioni (è il mio caso), non tutte riusciremo a incontrare.  Testimonieranno, pur recapitati,   il nostro affetto e la fiducia in tempi migliori. E faremo uso delle tecnologie informatiche (ormai abbiamo imparato!) per vederci e parlare. Certo non equivale all’incontrarsi, ma si tratta di risorse molto più efficaci di quelle disponibili ai nostri tempi.

L’economia è in crisi, per una volta darsi allo shopping natalizio può apparire  liberatorio e persino  “sociale”… Il che non significa scegliere  in modo  poco oculato o eccessivo. Le “regole” in materia di regali ai nipoti saranno magari un po’più larghe, ma non vanno stravolte.  E, anche a proposito dei regali natalizi, rimane importante rispettare le impostazioni pedagogiche di papà e mamma. Se siamo in dubbio sull’opportunità di una scelta, chiedere “prima” il loro parere. E a maggior ragione, si capisce, se si tratta di oggetti, o anche di iniziative, che rischiano di produrre effetti imbarazzanti o provocare problemi.

Qualche esempio più o meno azzeccato tra i molti. La batteria che il nipotino di 4/6 anni tanto desidera rischia di mettere in crisi i rapporti con i vicini di casa; il cellulare a  un quasi infante forse  non rientra   nell’orizzonte  dei genitori; men che mai la TV da  mettere in cameretta. PC e tablet sono al momento utilissimi, ma è comunque meglio prendere  accordi preventivi. E il cucciolo affettuoso che estasierebbe la nipotina può rappresentare una fatica per genitori/ fratelli  (senza contare che, al bisogno,  ci verrà chiesto di ospitarlo!).

Ma, soprattutto, regaliamo libri.  Rappresentano in questo periodo “chiuso” una grande risorsa   e infatti c’è stato un incremento degli acquisti. La lettura non può essere imposta, ma esistono opportune  strategie per avvicinare i bambini alla lettura il prima possibile: ne vale davvero la pena. Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo affermava il grande Rodari. Giustissimo: le buone letture allargano la mente e sviluppano il senso critico. E cittadini consapevoli  rendono più difficile l’esercizio personalistico e demagogico del potere.

Mettere a disposizione e regalare libri va ovviamente bene – è più facile che si formino lettori in famiglie che leggono- ma soprattutto occorre appassionare i bambini alle storie fin da piccolissimi.  Tutti le amano nella prima infanzia, e sentirle raccontare da voci  care li disporrà in seguito più facilmente alla lettura. Leggere ai nipoti è possibile anche a distanza, care nonne, facciamolo!

E se siete ancora in dubbio sul perché ne valga la pena, ecco otto buoni motivi: https://www.huffingtonpost.it/2016/05/09/leggere-bambini-importante_n_9870708.html

 

 

 

 

 

 

Pubblicato da: virginialess | 18 novembre 2020

Hikikomori

La seconda “ondata” della  pandemia pareva risparmiasse la frequenza scolastica  e,  almeno in parte, i nostri rapporti con i nipoti;  mi ero dunque per così  dire spostata sul più rassicurante piano “storico” scrivendo qualcosa sulla prima.

Invece la situazione è peggiorata alla svelta  e soltanto i più piccoli continuano a incontrare compagni e insegnanti, mantenendo quindi anche  un po’ di relazioni in carne e ossa. 

Gli altri tutti a casa, davanti ai pc, condizione critica  dal punto di vista scolastico, ma ancor più  emotivo e sociale. Me ne dispiaccio moltissimo. In generale da ex prof  e in particolare  per empatia con un caro nipote all’ultimo anno delle superiori, che sarà maggiorenne tra pochi giorni. E mi è tornato in mente l’argomento del titolo, avendone letto qua e là. 

Il  termine suona subito giapponese, com’è:  significa stare in disparte e designa sia l’azione che i soggetti che la compiono. Infatti i media riferivano di un numero crescente di adolescenti di quel paese,  in gran prevalenza maschi, chiusi volontariamente nelle loro camere  dalle quali si rifiutano di uscire.  Trascorrono molto tempo al computer e in videogiochi, ma  secondo gli esperti ciò non ha determinato l’isolamento, ne è piuttosto la conseguenza.

Le motivazioni  risultano varie (spesso sono stati vittime di bullismo); di solito gli hikikomori “hanno una visione molto negativa della società e soffrono prove e pressioni sociali dalle  quali  tentano sempre di fuggire.”  Li accomuna quasi sempre “una grande perdita di senso: la mancanza di uno scopo che giustifichi le azioni compiute” e tendono al perfezionismo  ritenendo  “gli altri particolarmente esigenti nei loro confronti. Questo porta a disturbi dell’ansia, paura di non essere mai all’altezza, atteggiamento autocritico e autolesionista” (https://www.ilquorum.it/).  Il che vale anche per molti ragazzi non hikikomori.

Il fenomeno, confesso il vago pregiudizio,  mi sembrava “tipico”, invece va diffondendosi, e in Italia riguarda ben centomila ragazzi, tanto che esiste un’associazione (https://www.hikikomoriitalia.it/) dedicata. Naturalmente i nostri nipoti costretti in casa dalla pandemia non rischiano  da questa sindrome,  come ben spiega il sito. Nell’evitare gli allarmismi, gioverà comunque documentarci: riporto alcuni stralci

Nemmeno durante il lockdown abbiamo potuto sperimentare realmente la condizione psicologica di un hikikomori: c’è molta differenza, infatti, tra un isolamento volontario e uno forzato. L’hikikomori vive spesso il proprio ritiro come una scelta, o comunque come un qualcosa che ha a che fare, almeno in parte, con la propria volontà. L’isolamento che ci è stato imposto per motivi di sicurezza durante la quarantena non aveva questa base motivazionale e, dunque, anche le ripercussioni psicologiche sono differenti.

Quando si parla di solitudine, infatti, andrebbe sempre fatto un distinguo tra solitudine psicologica e solitudine fisica. Quest’ultima è una condizione oggettiva, caratterizzata dall’assenza di altre persone nei dintorni. La solitudine psicologica, invece, è una condizione soggettiva dell’individuo e consiste nel non sentirsi riconosciuto dagli altri, apprezzato e benvoluto nella propria versione “autentica”, ovvero senza maschere o comportamenti dissimulati.

Ecco la solitudine degli hikikomori è una solitudine psicologica, che viene da loro sperimentata anche in quelle occasioni in cui si trovano fisicamente a contatto con altra gente.

 

 

 

 

 

Pubblicato da: virginialess | 15 ottobre 2020

Virus: quanto è cambiata la “nonnità”? Prima parte

Tra i cambiamenti dei rapporti causati dalla pandemia rientra naturalmente quello con i nipoti.  I miei, ormai grandi, vivono in altre città:  pur essendo la loro presenza in carne e ossa  non tanto frequente, ne ho avvertito la mancanza. Mi sentivo “poco nonna” e forse anche per questo sono stata restia a scrivere nel blog.

Convinta comunque dell’importanza della riflessione, soprattutto nelle situazioni preoccupanti e inconsuete, ci provo appunto con il covid  finora “attraversato”, e purtroppo perdurante…  Per comodità, e anche per “deformazione” professionale, mi viene di dividerlo in fasi. 

Nella prima, i due mesi di lock down, i nonni si sono divisi in due gruppi.  Fortemente  maggioritario il primo, separato dai discendenti  a propria tutela, ben più ristretto ma consistente il secondo, a meno per quanto riesco a verificare, e più impegnato di prima.

Il disagio dei  nonni in isolamento credo sia stato in rapporto  con  l’attrezzatura digitale  propria e delle famiglie.  Non pochi  hanno dovuto limitarsi a sentire i nipoti per telefono, altri li hanno  almeno visti  su apparecchiature più evolute.  Più o meno  in  linea, insomma,  con l’andamento a macchia di leopardo delle lezioni a distanza.  In Tv – ricordate?- sono comparse  mamme che tentavano di collegare all’aula con il cellulare bimbi della primaria!   Vistose le  carenze del nostro paese: scarsi  pc o tablet  nelle aree sociali e geografiche disagiate,  lenti e spesso in tilt i collegamenti. Verrà onorata la promessa di “fibra per tutti?”

Il secondo gruppo, chiuse tutte  le scuole, ha dovuto invece prendersi cura dei nipoti, in toto o quasi. Introdurrei per questi nonni un’ulteriore suddivisione, a seconda che abbiano avuto nipoti con genitori in smart working oppure impegnati fuori casa, magari in lavori a forte rischio  di contagio.

Quest’ultima situazione, meritevole di grande rispetto e sincera gratitudine, è stata spettacolarizzata dai media, che tuttavia di rado, o forse mi è sfuggito, hanno dato conto di situazioni problematiche concrete. Un facile esempio: genitori entrambi sanitari di prima linea, alloggiati nei pressi  degli ospedali e costretti, rispetto ai figli anche piccoli, a ruoli da nonni. I quali intanto ospitavano i nipoti o si erano trasferiti da loro.

Gravi le  difficoltà anche per il personale, spesso turnista, addetto alla produzione, ai  supermercati, trasporti, pulizie e tanti altri servizi di prima necessità, . Il bonus baby sitter  non ha potuto moltiplicarne la disponibilità o ridurre timori e rischi reciproci. Questi genitori hanno fatto ovviamente ricorso ai nonni, al caso riunendo le famiglie nell’abitazione più spaziosa. Ho notizia diretta di madri e padri che a ogni rientro si chiudevano velocemente in bagno (talvolta unico) per la disinfezione completa prima di accostare i figli, evitando per prudenza baci e abbracci.

Ma anche i fortunati genitori in smart working hanno avuto i loro problemi e, pur riluttanti,  fatto ricorso  ai nonni. Una simpatica vignetta, che più non ritrovo, mostra la mamma di spalle, intenta al PC – nella schermata un foglio di calcolo- e  tre bambini a scaletta legati e imbavagliati sul tappeto! La presenza di almeno un nonno avrà consentito alla poveretta di liberarli e portare avanti il lavoro.                               Com’era prevedibile, il maggior carico è ricaduto infatti sulle donne, né i bambini si sono dimostrati soddisfatti della situazione. L’articolo in fondo è dedicato a un’inchiesta in proposito.

La fase uno ha occupato parecchio spazio. Mi occuperò nei prossimi giorni delle successive.

Smart working: il punto di vista dei figli

 

Pubblicato da: virginialess | 12 luglio 2020

Balla nel cassonetto (dell’umido!)


Rai3 ne ha parlato un paio di giorni fa a Terza pagina, che mi era sfuggita; ieri però mi sono imbattuta nei commenti del gruppo fb dedicato e, almeno i primi, lasciavano davvero “basiti”.
L’articolo è di Valentina Furlanetto*, una brava e seria giornalista, mi stupisce che abbia “messo in piazza” questa storia. O forse dovrei lodarne il coraggio, non so…
Mia figlia è uscita con le amiche, tutte con la mascherina. Le ho dato anche un barattolo di Amuchina da tenere nello zainetto, per stare tranquilla. Le ho viste avviarsi verso la gelateria, le gambe lunghe da fenicotteri rosa, un po’ bambine e un po’ donne nei loro tredici anni, sgraziate e bellissime, innocenti. Sono stata lì in auto, con il motore acceso e i lucciconi agli occhi, guardarle allontanarsi fino a che uno, insensibile al bello, ha strombazzato perché mi togliessi di mezzo.
Simpatica scena e prosa accattivante, ho pensato
Tre ore dopo ho visto su Instagram mia figlia che faceva un balletto tipo Tik Tok uscendo da un cassonetto per la spazzatura
Incredula, la mamma ha guardato il video un’infinità di volte: era proprio lei con un’amica, la terza reggeva il cassonetto, tutte senza mascherina (l’avrebbe rassicurata? mi sono chiesta).
Invece di arrabbiarmi mi sono sentita in colpa perché mi pare di aver guardato la sua vita dallo spioncino.
Non posso neppure dirglielo, altrimenti mi banna e non posso più guardare le sue Storie.
Così ha fatto finta di nulla

L’articolo prosegue con riflessioni e temi collaterali, compare il figlio di nove anni che non vuole mostrare il suo tablet.

Da madre, nonna e prof ho sempre riconosciuto ai ragazzi “spazi di autonomia e privacy.
Per una tredicenne è il caso di sapere almeno grosso modo come li impiega.
E ballare nei cassonetti dell’umido (…) mi sembra una stupidaggine immeritevole di pathos genitoriale, oltre che antigienica, a qualunque età (…) Quasi di certo la ragazzina sa che la madre guarda Istagram e voleva mandare un messaggio” ho scritto su fb, a seguito di commenti benevoli e permissivi. Eccone uno.
Che bell’articolo. Condivido tutto. La necessità di sapere cosa fanno e chi sono sui social, il dubbio che questa sia la loro vita da non invadere, le reazioni spropositate di fronte a cose innocenti. Non è facile essere genitori di questi tempi, e nemmeno figli
In seguito sono intervenuti lettori più critici:
-Di una ragazzina di tredici anni, tu, genitore, devi sapere tutto. E a 13 anni non dovrebbe avere un profilo social. Ma evidentemente 13 anni sembrano a questo genitore persino troppi, visto che il ragazzino di 9 ha un suo tablet…
-La cosa che mi fa più rabbrividire è quel ” non le ho detto niente, altrimenti mi bannava”. Ma a 13 anni è possibile ed è doveroso dire ancora dei NO.Ribadisco: dopo una scena così ce n’era abbastanza per sequestrare lo smartphone

Questo commento mi sembra il più appropriato: Se una ragazzina sente il bisogno di ballare dentro un bidone dell’umido per farsi notare, mi farei qualche domanda. La prima, se era lucida in quel momento. La seconda più complicata riguarda l’autonomia, l’autostima, l’insicurezza. Io non penso che i genitori debbano sapere tutto sui figli. Penso anche che il processo di indipendenza e maturazione dei bambini sia lungo e inizia dai primi anni. L’autonomia va guidata e conquistata passo passo. È molto difficile. A mio parere anche i genitori vanno guidati e aiutati. Non so se avviene. Ne dubito. Vedo che i genitori tendono a tenere i figli ‘piccoli’ a lungo, intervenendo su tutto, risolvendo ogni loro problema, per poi lasciare loro molta libertà che non sono (i bambini) in grado di gestire

Quale sarebbe la vostra reazione, care nonne, se una nipote si comportasse così?

* https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2020/07/10/news/chi-sei-figlia-mia-322109/

Pubblicato da: virginialess | 22 giugno 2020

Il ritorno dei nipoti e la memoria storica della pandemia


Ci sono mancati. Per quasi due mesi li abbiamo soltanto sentiti e se andava bene visti in virtuale; nella fase due, per fortuna, sono state possibili le visite brevi, cui si riferisce la vignetta.
Ora molti nonni hanno ripreso a frequentare con regolarità (e prudenza, si spera) i nipoti e anche a prendersene cura. In alcuni casi di necessità, per via delle strutture chiuse e la difficoltà dei genitori a trovare altri aiuti.
Come racconteranno i nonni la pandemia ai loro discendenti?
Me lo chiedevo, anche per interesse professionale, e trovo per caso un titolo simile ne Linkiesta“, che propone un bivio un po’ sconcertante: occorre scegliere se apparterremo a coloro il cui racconto ai nipoti sarà quello di un vinto o di un vincitore.
Non mi riguarda personalmente, rifletto, perché i miei sono grandi e sull’argomento ci confrontiamo da contemporanei, cioè per così dire alla pari. Il primo ha fatto una “robusta” esperienza di smart working e il secondo di didattica a distanza, mentre i genitori lavoravano chi da remoto e chi in presenza.
Avranno dei nipoti (mi auguro di arrivare a conoscerne qualcuno!) e questi dei figli.
Quale “narrazione” della pandemia prevarrà nella memoria storica? L’alternativa proposta dall’articolo è forse corretta. Potrà prevalere la memoria dei “vinti”: morti, isolamento, paura del contagio, crisi economica e via disperando.
Ma forse i “vincitori” riusciranno a far sopravvivere la propria: professionalità, impegno, equità, economia sostenibile e via correggendo/migliorando.
Questo virus, questo imprevisto invisibile a suo modo ha reso visibile l’interconnessione esistente tra tutti gli individui e ha reso evidente la necessità di occuparci degli altri per occuparci di noi stessi. Adesso serve che questa evidenza entri nel racconto collettivo e si propaghi nel futuro sino a diventare ricordo (…) conclude Oscar di Montigny.
Auguriamoci che vada così!

Pubblicato da: virginialess | 6 aprile 2020

La “nonnità” ai tempi del corona virus

Fin dall’inizio della fase #iorestoacasa provo a scrivere qualcosa sulla separazione forzata tra nonni e nipoti, ma -lo confesso- mi vengono in mente solo banalità.
Dev’essere un problema anche per blogger più bravi e attivi di me sui temi che riguardano famiglia e dintorni. In rete trovo articoli sul pericolo di contagio per gli anziani e sul disagio dei genitori che, privi del loro aiuto, lavorano e hanno i figli a casa, però niente che suggerisca come “rimediare” nei limiti del possibile alla lontananza.
E in effetti, c’è poco da inventare: il ricorso al telefono, ai social, a Skype e quant’altro offre la comunicazione attuale appaiono scontati. Si può forse suggerire, se i nipoti sono grandicelli, come allargarne un po’ le possibilità di utilizzo, a vantaggio anche dei genitori.

Uno spunto mi viene dalla nota rivista Internazionale*, che dedica un articolo ad alcuni aspetti salienti della situazione familiare.
Cita Samantha, 43 anni, dirigente di un’azienda farmaceutica, e mamma “di Andrea, tre anni, e di Giulia, sette (…) . Anche lei dovrebbe lavorare da casa, otto ore, come in ufficio, ma è praticamente impossibile: “Mio marito va ancora a lavorare ogni mattina, devo seguire i compiti di mia figlia e mandarli agli insegnanti, cucinare due volte al giorno e rispondere continuamente alle email, ma non riesco a tenere il passo con tutto, lavoro anche di notte, sono sfinita”.

E probabile che, come tante altre madri, potesse al bisogno far conto sulla collaborazione dei nonni ma, come sappiamo tutti, “le famiglie sono costrette a chiudersi in sé stesse e molti genitori non possono fare affidamento nemmeno sui nonni, che in circostanze normali sono ancore di salvezza nella cura dei bambini.”
Ecco, se i nonni di Giulia fossero abbastanza digitali (molti lo sono), potrebbero sostituire Samantha nella cura dei compiti, alleggerendo la figlia o nuora, e con il vantaggio di mantenere aperta la comunicazione con la nipotina e di sentirsene gratificati.
Grazie alle risorse digitali, ci si potrebbe anche offrire quali lettori di fiabe della buonanotte per i più piccoli, di “ricercatori” in rete per gli studenti delle medie e simili: sempre che i nipoti gradiscano, naturalmente!

In quest’emergenza – rammenta ad ogni buon conto l’articolo- “gli anziani sono tra le categorie più a rischio e molti di loro, con il passare dei giorni, si sono autoisolati, mantenendo le distanze raccomandate anche dagli stessi nipoti, spesso vettori asintomatici del virus“.
Ecco infatti una testimonianza: “Io e tuo papà usciamo con le mascherine FPP2 che lui aveva comprato per dipingere i suoi modellini e usiamo i guanti usa e getta

Venuti meno i nonni “ancora di salvezza”, il governo ha previsto uno stanziamento per la retribuzione di baby sitter. Dubito risolva molto, e non solo per le prevedibili complicazioni burocratiche: non dev’essere facile trovare persone fidate, disponibili e non a rischio contagio. Nella mia cerchia ristretta molti hanno persino (provvisoriamente) rinunciato anche a collaboratori ben conosciuti, assunti magari da anni.

Tempi senz’altro duri, care nonne… E la lontananza dai nipoti contribuisce a rattristarci, tuttavia dobbiamo resistere allo sconforto. Non siamo solo nonne: è stata in questi anni la “filosofia” del blog, nè suoni cinico in questo momento. “Ce la faremo”, come recita lo slogan, mantenendoci attive nella mente e nel corpo.
In verità riescono spesso irritanti appelli accorati ed esortazioni consolatorie, musicali e non, di cui i media abbondano. Ma che “anche in casa si può” mi sembra abbastanza giusto!

* https://www.internazionale.it/notizie/claudia-bellante/2020/03/19/coronavirus-genitori-figli-pandemia

Pubblicato da: virginialess | 8 marzo 2020

8 marzo sotto virus

8 marzo sotto virus, niente festeggiamenti. Spesso di cattivo gusto, diciamolo, ma naturalmente preferibili a questa mestizia. Il discorso tradizionale del presidente Mattarella è stato opportuno e lusinghiero. Vale la pena di riascoltarlo (https://youtu.be/oqaQvIved7g)
Il nostro cammino per il riconoscimento dell’uguaglianza è stato lungo e faticoso, né possiamo ritenere di essere giunte alla meta. Alla sua concreta realizzazione manca ancora un bel pezzo di strada.
Quale sia l’atmosfera della giornata, mi piace “celebrarla” frugando nella memoria storica e dedicare una paginetta a qualcuna delle donne che hanno compiuto passi significativi lungo l’accidentato percorso, spesso pagando di persona il loro impegno coraggioso.

Ecco Olympe de Gouge. Siamo in Francia, all’inizio della rivoluzione.

La scrittrice (1748-1793), che firmò 29 romanzi e scritti vari, 71 pièce teatrali, 70 fra libelli rivoluzionari e articoli, si chiamava Marie Gouze e cambiò nome dopo la vedovanza. Nella sua vita movimentata l’impegno politico ebbe un ruolo fondamentale. Il brano che riporto è tratto dalla sua biografia, qui: http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=1199

Olympe si dedicò strenuamente al tema dei diritti e della libertà individuale: al riconoscimento dei diritti delle donne, ma anche dei neri, degli orfani, degli anziani, dei disoccupati, dei poveri. Si proclamò a favore della democrazia rappresentativa, respinse il dispotismo e le torture. La sua spiccata vena pubblicistica e comunicativa era congeniale al tempo della Rivoluzione, e carica di novità. Ciò non impedì che nel 1793 venisse ghigliottinata.”

Ma la sua celebrità è legata alla Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, redatta nel 1791. Due anni prima era stata approvata quella del cittadino che, osserva polemica Olympe, a onta del principio di égalitè, bandiera della rivoluzione, elenca i diritti validi solo per gli uomini: le donne non possono votare, accedere alle istituzioni pubbliche, alle libertà professionali, ai diritti di possedimento, eccetera. La scrittice ironizza dunque sui pregiudizi maschili e di fatto critica la rivoluzione per aver ignorato la causa delle donne.
Era sostenitrice della monarchia costituzionale e, dopo la fuga del re, propose un referendum popolare per scegliere una forma di governo tra quella repubblicana, federativa e monarchica. Fu accusata davanti al Tribunale rivoluzionario, durante la dittatura di Robespierre.
Al processo disse: «Sono donna, temo la morte, ho paura del vostro supplizio, ma non ho confessioni da fare, dall’amore per mio figlio trarrò il mio coraggio». Dopo l’esecuzione, il «Moniteur» scrisse: «Olympe de Gouges volle essere un uomo di Stato, sembra che la legge abbia punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso».
Copio ora il prologo e il primo articolo della Dichiarazione, ancora attuale quanto ai principi. L’intero testo è facilmente reperibile in rete, anche su Wikipedia; leggetelo, ne vale la pena

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina.

Articolo I La Donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.

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